TEXT

NUM

– ATE ROTE –

Sette racconti

Autore: Roberto Rota
1

UNO

Uno potrebbe credere di trovarsi sulla superfici di un libro se non fosse che i tracciati dei confini, lievemente incisi, quasi tratteggiati, rivelino la tridimensionalità della superficie, su cui si riflette appena la cupola del cielo soprastante, con i suoi mutevoli e cangianti colori negli infiniti passaggi tonali tra bianco e blu.  Uno spazio rettangolare, almeno così mi pare, salvo irregolarità. Dovrei salire su quel traliccio, conquistare un punto di osservazione più alto per capire se si tratti di un rettangolo, di un trapezio o di qualche altra figura geometrica irregolare. Ma sul traliccio non v’è più ragione di arrampicarsi, non ci sono più i palloni che un tempo finivano per incastrarsi immancabilmente tra le sbarre di ferro rivettate, quando giocavamo a calcio. Quei giorni, quando, dopo la pioggia, si formavano pozzanghere e l’impasto di acqua e terra nera schizzava schiacciata dai contrasti tra noi  giocatori intirizziti, sordi ai richiami del ritorno così come ai piani per il futuro.

.

.

DUE

Due notti fa ho fatto un sogno. Aprivo la finestra di questa stanza ed entravo nella stessa stanza, ma rivolta al contrario. La finestra era uno specchio. Ciò che accadeva dall’altra parte era l’inverso esatto di quanto accadeva qui, all’interno. Ogni regola geometrica era rispettata, ogni morfema, ogni tratto, finanche i materiali, erano esattamente gli stessi.  Attraversavo il pavimento dell’una e dall’altra parte facevo lo stesso, camminandomi incontro, procedevo fino al lembo della superficie della finestra e mi immergevo nel me stesso che mi procedeva incontro, per ritrovarmi poco dopo dall’altra parte, a percorrere il pavimento, questa volta, spalle alla finestra.

Mi chiedevo quante fossero le travi di legno del soffitto, visto che potevano considerarsi duplicate, di qui e di là, provavo a contarle: trentadue, diciotto per parte. Due lampade illuminavano due angoli, due tavoli occupavano i due centri.

.

.

TRE

Tre volte canta il gallo, prima dell’alba, prima del tradimento. Il bagno si trova fra le canne, mosse leggermente dalla brezza di mare notturna. L’intonaco è ancora caldo, riscaldato dal sole cuocente del giorno. Grilli. E profumi di erbe essiccate. Mi siedo sul muretto. Mi accendo una sigaretta. Mi dico che forse dovrei ritornare nella tenda, così, giusto per gentilezza. Gli eucalipti, in fila, poco distanti, cingono il confine del campo. Sento rumori nelle altre tende. Voci notturne, sospiri o movimenti assonnati di chi si muove per cambiare posizione nel poco spazio lasciato libero dagli zaini. Aspetterò ancora un po’. Almeno fino a quando un altro gallo non canti l’inizio del giorno.

.

.

QUATTRO

Quattro per quattro sedici. La bambina recita la tabellina, ignara del fatto che per qualche strana coincidenza cosmica stia praticamente declamando le misure dello spazio familiare sotto l’ombrellone.

I nonni dormicchiano. Già si vedono i primi rossori sui piedi, che fino a pochi minuti fa stavano all’ombra, prima che il sonno li sorprendesse.

Ad occhi chiusi questo spazio non esiste. Questo luogo non è quattro per quattro. Sarebbe grande fino al bagnasciuga, forse di più, fin dentro al mare, fino alla zattera rossa del bagnino, trenta metri dentro l’acqua, almeno fino alla strada, dietro, dove ci sono i fichi d’india. Questa pista per le biglie continuerebbe fino in Puglia, fino a che c’è sabbia, e i ciclisti dentro le palle di plastica correrebbero fino alla punta del Gargano, dove, probabilmente stanchi, prenderebbero un barcone e chiederebbero asilo in Albania, farebbero la fila alla questura locale ed otterrebbero la cittadinanza giusto in tempo per l’inizio del Giro dei Balcani.

Ad occhi chiusi la bambina dice una tabellina. Quattro per quattro sedici, un quattro per ogni biglia, un quattro per ogni metro.

.

.

CINQUE

Cinque e Cirque. Italiano e francese sono lingue cugine. Si vede da coppie di parole come queste. Si scambiano una lettera per gioco. E un numero diventa un circo, la matematica diventa uno spazio rotondo, un palcoscenico, un tendone di plastica immenso, una tensostruttura suddivisa in fasce rosse e bianche, esattamente cinque grandi strisce, che corrono dagli spalti fino al punto di chiusura, in alto. Cinque giocolieri fanno roteare cinque clave ciascuno e ogni cinque spettatori uno è transalpino. Ma tant’è, si sa, anche noi, per i francesi, siamo transalpini, quindi chi lo sa se gli italiani siano più o meno dei loro cugini, per l’appunto, transalpini. Cinque file di panche, circolari. Cinque mollette nere, di quelle sottili, conto tra i capelli biondo d’oro di questa ragazza davanti a me. Batte le mani entusiasta, si spaventa e poi ride ogni volta che uno dei cinque trapezisti cade e rimbalza sulla rete e con una piroetta ritorna a prendere al volo uno dei cinque trapezi che lanciati da un lato all’altro sembrano aeroplani che attraversano le alpi.

Come in un gioco amoroso.

.

.

SEI

Sei stato tu a dirmi che la torre di Pisa non cadrà mai, che Venezia non potrà mai affondare, che nell’aula di Architettura i pluviali di Vittoriano Viganò non attraversano mai  le solette, che non ci sarà mai una guerra atomica, che oltre le colonne del chiostro di San Ruffino non è affatto tutto museo, che il vino dell’osteria di Giacomo non è buono come quello che vendono al supermercato, che le terme di Caracalla non sono così monumentali se viste da dentro il modellino tridimensionale fatto con Revit, che un rigore non si tira mai esattamente da undici metri, che la fontana del Bernini in Piazza Navona non ha nulla di irriverente verso la chiesa del Borromini, che non era poi così tanto male il piano di distruggere Parigi e costruire centinaia di grattacieli cruciformi, che la moto di Philippe Starck non era pensata per le donne, e che tutti questi frammenti di discorso non saranno mai e poi mai ricomponibili nel quadro coerente di un ricordo dotato di luogo, misure e di tempo?

.

.

SETTE

Sette e mezza. Cominciamo a preparare la cena. Autunno caldo dicono alla televisione.

Un pavimento in piastrelle rosse, calde come la protesta, perché sotto covano i tubi del riscaldamento. Il cane sta  accucciato sotto la madia, non abbaia e non morde, sta nel punto di massimo tepore. Sul tavolo le cipolle tagliate odorano l’intera stanza, mi viene da piangere.  La porta chiude sul corridoio che porta al soggiorno che porta alle scale che conducono ai piani migliori. Vai a raccogliere l’uva, cammini sul pavimento del ballatoio, fuori, in cemento bocciardato. Grigio uniforme. Le ciotole piene di fagiolini ancora nei baccelli stanno belle in fila, ordinate,  fino alle scale che conducono in cortile. Sugli scalini guardi i tetti di coppi rossi. E oltre, vedi il fiume e il lavatoio dove col bel tempo si lavano i panni sporchi e macchiati di rosso.